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LAST WORD

Tutto quello che c'è da sapere sul cocktail Last Word

COCKTAILS

1/20/20266 min leggere

Contenuto:
  • Introduzione

  • Origini e storia

  • Ricetta IBA

  • Come scegliere gli ingredienti giusti

  • Twist famosi

  • Quando servirlo e a chi

  • Conclusione

Introduzione

Il Last Word è uno di quei cocktail che sembrano “semplici” sulla carta, ma che in realtà insegnano tantissimo: equilibrio, precisione e rispetto degli ingredienti. È un drink secco, erbaceo e agrumato, con una struttura pulita e una personalità netta. Non è un sour “morbido”: è un cocktail che parla chiaro, e proprio per questo è diventato un riferimento per bartender e appassionati.

Origini e storia

Il Last Word nasce in piena Proibizione americana, nei primi anni ’20. Viene associato al Detroit Athletic Club, dove compare come cocktail della casa. Per decenni resta quasi dimenticato, finché nei primi anni 2000 viene riscoperto e riportato in carta da bartender della scena craft (la sua “seconda vita” è uno dei motivi per cui oggi lo trovi in tantissimi cocktail bar). Se ti piace la storia della mixology, il Last Word è un ottimo esempio di come un drink possa sparire e poi tornare più forte di prima: quando una ricetta è davvero solida, prima o poi qualcuno la riporta a galla. C’è qualcosa di affascinante nei cocktail che nascono “in un club”, perché spesso raccontano un’America che non esiste più: sale fumose, giacche ben tagliate, conversazioni a mezza voce e un’idea di eleganza che passa anche dal bicchiere. Il Detroit Athletic Club (DAC) era proprio questo: un luogo di ritrovo per la classe dirigente della città, un mondo chiuso e rituale, dove il bar non era solo un servizio, ma un’estensione dello status. È qui che il Last Word viene generalmente collocato, nei primi anni Venti, in un periodo in cui la cultura del bere stava cambiando in modo drastico. La Proibizione non cancellò l’alcol: lo spostò. Lo rese più clandestino, più rischioso, e in certi casi più creativo. In quel contesto, i cocktail diventano anche un modo per “gestire” ingredienti non sempre perfetti: distillati di qualità variabile, disponibilità incerta, necessità di mascherare spigoli e difetti. Ed è interessante notare che il Last Word non nasce come un drink che nasconde, ma come un drink che equilibra. La sua struttura a parti uguali è quasi una dichiarazione di intenti: niente gerarchie, niente ingredienti “di contorno”. Tutto è protagonista, ma nessuno deve dominare. Una delle figure più citate nella diffusione iniziale del cocktail è Frank Fogarty, artista e intrattenitore dell’epoca, soprannominato “The Dublin Minstrel”. La leggenda vuole che Fogarty abbia contribuito a renderlo popolare, portandolo fuori dal contesto del club e facendolo conoscere a un pubblico più ampio. È un dettaglio che vale oro per chi fa storytelling: ci ricorda che i cocktail, spesso, viaggiano grazie alle persone prima ancora che grazie ai libri. Poi arriva la parte più “romanzesca” della storia: il silenzio. Per decenni il Last Word resta ai margini, come succede a tante ricette nate in un’epoca e poi superate da nuove mode. Il dopoguerra, l’industrializzazione del bere, la semplificazione dei gusti, l’arrivo di ingredienti più dolci e facili: tutto questo spinge molti cocktail complessi in un angolo. La sua rinascita, invece, è figlia di un altro momento storico: l’inizio degli anni 2000, quando la scena craft inizia a guardare indietro con rispetto e curiosità. In quel periodo i bartender tornano a cercare ricette dimenticate, a rimettere in discussione la standardizzazione, a riportare in bar ingredienti “difficili” e identitari. Il Last Word diventa perfetto per questa nuova ondata: è un cocktail con una firma inconfondibile, una formula elegante, e un ingrediente iconico come la Green Chartreuse.

La ricetta IBA del Last Word

La cosa più famosa del Last Word è la sua formula: parti uguali.

Ingredienti

  • 22,5 ml Gin

  • 22,5 ml Green Chartreuse

  • 22,5 ml Liquore al Maraschino

  • 22,5 ml Succo di lime fresco

Metodo

  1. Raffredda una coppetta (o una Nick & Nora).

  2. Versa tutti gli ingredienti in shaker con ghiaccio.

  3. Shakerata decisa (10–12 secondi).

  4. Filtra in coppetta.

Garnish

Tradizionalmente senza garnish. Se vuoi un tocco elegante e sensato: zeste di lime (spruzzata e poi rimossa) oppure una ciliegia al maraschino di qualità.

Regola d’oro: nel Last Word la precisione è tutto. Con parti uguali, anche 5 ml di errore cambiano l’equilibrio.

Che sapore ha davvero e perché funziona?

Il Last Word è costruito su quattro pilastri che si incastrano perfettamente:

  • Gin: struttura secca, botaniche, spina dorsale

  • Green Chartreuse: potenza erbacea, speziata, quasi “medicinale” (ma affascinante)

  • Maraschino: dolcezza sottile, mandorla/amaretto, nota floreale

  • Lime: acidità netta che “taglia” e rende il drink teso e pulito

Il risultato è un cocktail bilanciato ma non neutro: ogni sorso cambia leggermente, e ti costringe a rimanere attento. È uno di quei drink che, una volta capiti, diventano un metro di paragone.

Errori comuni (e come evitarli)
  • Lime vecchio o ossidato: il drink perde brillantezza e diventa piatto. Spremi al momento.

  • Gin troppo delicato: il Chartreuse può “mangiarlo”. Scegli un gin con carattere.

  • Maraschino eccessivo (anche di poco): rischi un finale troppo dolce e profumato.

  • Shakerata timida: serve diluizione corretta. Se è troppo concentrato, risulta aggressivo.

Come scegliere gli ingredienti (senza complicarsi la vita)

Gin

Funzionano bene gin London Dry o comunque “classici”, con botaniche riconoscibili. Se usi gin molto moderni e fruttati, il drink cambia faccia (non è un male, ma non è più il Last Word “da manuale”).

Green Chartreuse

È l’anima del cocktail. Non è un ingrediente “sostituibile” se vuoi l’esperienza originale. Se vuoi sperimentare, fallo sapendo che stai entrando nel territorio dei twist.

Maraschino

Qui la qualità conta: deve essere fine, non stucchevole. È l’ingrediente che lega e arrotonda, ma non deve diventare protagonista.

Lime

Fresco, sempre. Se vuoi essere preciso: filtra il succo per eliminare polpa e ottenere un risultato più pulito.

Twist famosi

Il Last Word ha generato una vera “famiglia” di cocktail basati sulla stessa logica.

  • Final Ward: sostituisce il gin con rye whiskey e il lime con limone (più caldo e speziato).

  • Paper Plane (parente concettuale, non identico): parti uguali, equilibrio tra amaro/dolce/acido.

  • Mezcal Last Word: gin sostituito da mezcal (affumicato, intenso, super contemporaneo).

Quando servirlo e a chi
  • Perfetto come aperitivo per chi ama sapori secchi e complessi.

  • Ottimo come “cocktail ponte” per chi vuole passare dai sour classici a drink più adulti.

  • Non è il drink ideale per chi cerca qualcosa di molto dolce o cremoso.

Conclusione

Il Last Word è un cocktail che insegna una lezione fondamentale: l’equilibrio non è assenza di carattere, è armonia tra elementi forti. Se vuoi crescere davvero nella mixology (a casa o dietro al banco), imparare a farlo bene è un passo enorme.

close up photo of green citrus fruits
close up photo of green citrus fruits

FAQ sul Last Word cocktail

Il Last Word è un cocktail dolce o secco?

È tendenzialmente secco, ma con una dolcezza “nascosta” data dal maraschino. La sensazione finale è più erbacea e agrumata che zuccherina.

Posso prepararlo a casa senza attrezzatura da bar?

Sì. Se non hai lo shaker puoi usare un barattolo con tappo (tipo mason jar) e filtrare con un colino. L’importante è raffreddare bene e usare lime fresco.

Che gin devo usare per un Last Word bilanciato?

Un London Dry o un gin “classico” con botaniche nette funziona quasi sempre. Se usi un gin troppo delicato, la Chartreuse rischia di coprirlo.

Posso sostituire la Green Chartreuse?

Se vuoi il Last Word “vero”, no: la Green Chartreuse è l’anima del drink. Se la sostituisci, stai facendo un twist (che può essere buonissimo, ma è un’altra cosa).

Il maraschino è la ciliegia nel barattolo?

No. Nel Last Word si usa liquore al maraschino (tipo Maraschino di qualità), non lo sciroppo delle ciliegie da cocktail economiche.

Lime o limone?

La ricetta classica usa lime. Il limone sposta il profilo verso un’acidità diversa e cambia l’equilibrio; esistono varianti, ma non è la versione originale.

Perché si usano “parti uguali”?

Perché è un cocktail costruito sull’equilibrio matematico: ogni ingrediente ha un ruolo preciso e la stessa “voce” nel mix. È anche il motivo per cui la precisione è fondamentale.

È un cocktail da aperitivo o da dopo cena?

Dipende dal palato. In genere è perfetto come aperitivo per chi ama drink secchi e complessi, ma può funzionare anche dopo cena se vuoi qualcosa di “pulito” e aromatico.

Come posso renderlo meno intenso?

Puoi aumentare leggermente la diluizione (shakerata un filo più lunga) o scegliere un gin meno aggressivo. Eviterei di “tagliare” Chartreuse o maraschino: rischi di rompere l’equilibrio.

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